Segretario Turi, qual è la parte più complessa del suo lavoro?

La complessità non è nel lavoro in sé, ma nel volere rappresentare con rispetto e considerazione un mondo, quello della scuola, che è decisivo per il futuro del Paese.
La scuola è stata determinante per l’unità nazionale, anche in termini di modernizzazione e di crescita culturale. Oggi, attraverso la partecipazione della comunità educante, libera ed indipendente, si decidono, in uguale misura le sorti dell’Italia.

La scuola è da cambiare o da criticare per la sua inadeguatezza alle sfide attuali?

La critica è il sale della democrazia e il pensiero critico va coltivato nelle scuole.
Più opportunamente, però, si dovrebbe parlare di miglioramento usando un atteggiamento più protettivo nei riguardi di una istituzione che è stata quasi sempre lasciata da sola nel fronteggiare i cambiamenti sociali, anche quelli epocali.
Mi piace segnalare che, anche in solitudine, le energie presenti nel sistema, hanno permesso di svolgere un’autoriforma che andava assecondata dalla politica, ormai grande assente.

Per il rilancio del sistema educativo quali le priorità da affrontare nella prossima finanziaria?

Ne fisserei tre:
– reperire le risorse per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro;
– rispettare gli impegni assunti dal Governo con l’intesa sindacale di aprile scorso;
– riaffermare il modello di scuola laico e nazionale che vede nella Comunità educante il fulcro della partecipazione ed il protagonismo dei componenti della comunità stessa.

Quali obiettivi chiari e ambiziosi si aspetta?

Il desiderio di (ri)dare dignità ai lavoratori, consentendo loro di dedicarsi molto di più alla didattica e meno ai compiti burocratici che stanno condizionando gli esiti formativi.
Volendo fare una estrema sintesi: bisogna restituire un ruolo pieno a una istituzione di rango costituzionale, che deve garantire finalità economiche e sociali fuori dagli schemi del neo liberismo imperante che cerca di condizionare il sistema scolastico – che per sua natura deve accogliere e non espellere – come vorrebbero indicare le regole del mercato.
L’istruzione – al di fuori del pensiero unico, delle mode, delle omologazioni – deve invece garantire libertà, senso critico e preparare alla competizione che il mercato imporrà nella vita reale di ogni cittadino.

Quale storia e futuro vede per il personale dirigente e docente della scuola?

Il futuro del personale sarà in funzione del grado di consapevolezza che il nostro Paese avrà della centralità della scuola. In nostro Paese che deve trovare le ragioni di unità e adottare un modello di scuola che sia libero ed indipendente dalle forze politiche e sia patrimonio collettivo al servizio della comunità. Penso a una istituzione costituzionale come l’interpretava Piero Calamandrei, padre nobile della Patria.

… e per il personale amministrativo?

Nel modello di scuola comunità, a cui noi ci ispiriamo, è inserito a pieno titolo anche il personale ATA che svolge mansioni specifiche, di sempre più alto contenuto professionale, ma che deve avere in più un’attenzione particolare all’attività educativa che coinvolge l’intera comunità scolastica. Non semplici, bravi impiegati, dunque, ma attenti operatori aperti all’esigenze della scuola.

Quali i nodi da sciogliere per il miglioramento della professionalità dirigente e docente?

Per la funzione dirigenziale occorre concentrasi sul profilo professionale e sulle peculiarità di un ruolo che non deve appiattirsi su quello amministrativo, ma su quello più complesso del governo unitario dell’Istituzione scolastica. La scuola non si amministra, si governa anche, e soprattutto, nelle sue complesse dinamiche interne ed esterne.
Per la funzione docente servono sedi di garanzia a tutela della libertà di insegnamento che sta venendo meno, con gravi ripercussioni sul sistema scolastico stesso. Con il concorso del personale ATA, bisogna attuare il principio dell’autogoverno che esalta e garantisce l’autonomia scolastica.

Sempre di più le famiglie difendono i figli contro i loro insegnanti. Cosa si nasconde dietro i ripetuti episodi di violenza nei confronti del personale docente?

Questo fenomeno è frutto di cambiamenti confusi e contradditori di una società che sta mutando i suoi valori di riferimento senza averne altri. Un pericolo da evitare.
La solidarietà, la competenza, il lavoro, la cultura, stanno cedendo il passo all’egoismo, all’individualismo, al profitto e alla ricchezza.
I valori costituzionali stanno lasciando il posto a quelli propri del neo liberismo, con l’individualismo spinto agli eccessi che induce una competizione prematura, già nell’età scolare, quando, invece, sarebbe utile costruire alleanze, solidarietà e comunità.
I genitori, che di questo non si preoccupano troppo, vorrebbero vedere i propri piccoli primeggiare e se il docente pone ostacoli diventa il nemico da combattere. Occorre ridare alla scuola il ruolo che gli è proprio, ma questo dipende da tutti e dalla cultura dominante che determina i comportamenti sociali.

Il problema nasce dalla delegittimazione sociale della professione docente? Crede che i bassi stipendi abbiano un peso?

Appunto i valori di riferimento non sono più la cultura, la preparazione, lo studio, ma il dio denaro che misura tutto.
E’ ovvio che, con questo metro di misura, il docente rischia di essere considerato fuori da quella che viene definita élite dalla classe dirigente. Ma al di là di queste valutazioni, gli stipendi sono vergognosamente bassi.

Scuola e regionalismo differenziato: quali i motivi della vostra netta opposizione?

Noi non ne facciamo una questione di soldi. Per la scuola il regionalismo si trasformerebbe, inevitabilmente, in un inaccettabile condizionamento politico che soffocherebbe ogni elemento necessario di libertà e di indipendenza. L’autonomia scolastica, peraltro prevista dello stesso art.116, ne uscirebbe totalmente ridimensionata. Quel che è peggio, ne uscirebbe un Paese ancor più diviso e, di conseguenza, più povero.

Le ragioni per cui questo provvedimento metterebbe in pericolo l’unità nazionale? Veramente penalizzerebbe il Sud?

Come è noto, prima c’è stata l’unità culturale del paese che ha superato i tanti localismi italiani, poi è arrivata l’unità istituzionale: la lingua italiana che ha superato i vari idiomi dialettali. Ricordiamo tutti il maestro Manzi di “Non è mai troppo tardi”: l’ha radicata e ha dato un senso di appartenenza.
E’ facile pensare che, se si perde l’unità culturale del paese, poi si può perdere anche quella istituzionale. Fa specie sentire il Governatore Zaia dire che i veneti pensano in veneto e devono parlare in veneto. Qualche dubbio viene…
Il Sud, in effetti, verrebbe penalizzato solo per una trattativa sulla concessione delle risorse. Sarei, invece, più preoccupato per il Nord che, scambiando risorse con libertà e un insegnamento critico, dopo un vantaggio iniziale, perderebbe in termini culturali, di inventiva e di creatività. Risorse fondamentali dei nostri giovani.
Attenzione: le risorse economiche sono importanti, ma non sono tutto.

Le risorse il vero problema dell’autonomia differenziata? Vede una strategia ben precisa a favore del nord?

Certo. Quando tutto parte da un referendum che chiede ai cittadini di una regione se vogliono che le loro tasse e i loro tributi restino in gran parte sul territorio, parliamo solo di egoismi e di soldi. Un paese resta unito con la solidarietà e con un disegno complessivo di sviluppo socio-economico e non ratificando le differenze che già esistono. La strategia della politica di una parte del Nord è miope e contraddittoria e si vede nel momento in cui si scaglia contro l’Europa che mette in pratica, attua gli stessi mezzi punitivi del Nord contro il Sud.

Quali i nodi da sciogliere per trovare un punto di equilibrio?

La regionalizzazione per la scuola è un errore che va evitato. Non è negoziabile.
Ci sono competenze che le regioni già hanno e nell’esercizio di queste non abbiamo visto esempi lungimiranti di qualità ed efficienza.
Nella formazione professionale, di esclusiva competenza regionale, manca ancora l’allineamento tra domanda ed offerta di lavoro, se è vero come è vero che circa 60 mila posti di lavoro, per la maggior parte al Nord, restano scoperti per mancanza di professionalità specifiche.
Per le competenze concorrenti – è il caso del dimensionamento – un assaggio di ciò che potrebbe avvenire con la competenza esclusiva della regione, lo abbiamo già registrato: ingerenza politica e aumento del clientelismo.
Le regioni invece di pensare all’istruzione e alle risorse che sarebbero spostate nelle casse regionali, farebbero bene ad attivare tutte le loro competenze. Su queste qualche critica sarebbe giustificata.

Ha la bacchetta magica per un solo desiderio: quale?

Il Paese dovrebbe poter disporre di una classe dirigente competente, attenta al confronto e culturalmente elevata. Se disponessimo di quella, tutto il resto sarebbe una logica conseguenza.