EMENDAMENTI ALLA LEGGE DI BILANCIO
Dispetti e trabochetti creano un terreno minato su provvedimenti necessari

Anche il gioco dell’oca avrebbe regole più serie: siamo in una situazione di dispetti, trabocchetti, ripicche negli emendamenti – non è rassegnato il segretario generale della Uil scuola a vedere stravolto nei contenuti fondamentali il decreto legge in conversione la legge di bilancio per l’anno 2020 in discussione nelle aule parlamentari.

Mentre nel governo si fanno i dispetti con emendamenti che nulla hanno a che fare con l’obiettivo di rilanciare il ruolo della scuola statale di questo paese,  assistiamo con l’intento, malcelato, di raccogliere qualche voto da questo o da quel comitato, nato in contrapposizione ad un altro comitato, voti che non è detto che arrivino – aggiunge Turi – mentre sono in moto le lobby, quelle  che contano, quelle che mirano a spazi di maggiore privatizzazione del sistema di istruzione e dei consueti  regali alle scuole non statali.
Il solito assalto alla diligenza che viaggia peraltro senza tesoro, ma con i debiti e con i problemi vecchi e nuovi degli italiani.

Assistiamo ad un ritorno, mai voluto – precisa Turi – dell’impalcatura culturale della legge 107: school bonus, alternanza scuola lavoro. Il ripristino con una circolare del Miur dell’obbligatorietà delle prove Invalsi per essere ammessi all’esame di maturità. Dopo la deroga dello scorso anno, in sostanza, si torna da dove si era partiti.

Non si può parlare di produttività a scuola, non si possono considerare gli studenti come merce alla ricerca di un mercato su cui collocarla.

Con le 150 ore mandavamo gli operai a studiare – osserva il segretario generale Uil Scuola – ora con 400 ore di alternanza, mandiamo gli studenti a lavorare. Gli facciamo fare 400 ore di lavori che tra qualche anno non ci saranno nemmeno più, sottraendo ore preziose di studio che dovrebbero aprire la strada universitaria per formare ingegneri, informatici, filosofi che in maniera interdisciplinare potranno interpretare i lavori del futuro. Ridursi ad insistere su modelli che l’esperienza e la storia hanno bocciato è forse un segno di modernità?